sabato 7 marzo 2015

Disagio psichico: 17 milioni di italiani ne soffrono in silenzio.

Foto tratta da: "Il resto del Carlino"
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Storie di manager, calciatori, musicisti e persone comuni. Tutti affetti da un disagio trasversale. Chi ne parla è bollato. Eppure con una terapia adeguata si guarisce. 
Lavoravo alla Fiat, ero un pezzo grosso. Viaggiavo spessissimo. Poi un giorno, su un Boeing 747, ho cominciato ad ansimare, un terrore impossibile da descrivere. Mi sono aggrappato alla hostess dicendole con voce strozzata: “Muoio”. Dopo quell’episodio F. si è dovuto fermare. Tornare al suo posto era impossibile, “non riuscivo più neanche ad attraversare la strada, era come se un diagramma mi separasse dal mondo”. Poi le dimissioni, le cure per una diagnosi di depressione, un altro lavoro e un’altra vita.

C., invece, era una promessa del calcio, giocava in serie B. Fino a quando arrivò la notizia che un talent scout del Milan sarebbe venuto a vedere la partita. “Crollai e fui sostituito,

smisi di giocare. Per anni ho sofferto di gravi sintomi, mi sembrava che la mia vita fosse finita. Più tardi ho capito, grazie all'aiuto di una psicologa, che avevo paura della libertà di scelta. Oggi vivo in campagna con mia moglie, sono un’altra persona”.

Ancora oggi, sia F. che C., che pure si definiscono “più felici di prima”, non osano dire il loro vero nome, per il timore di essere additati come persone disturbate, malate, mal funzionanti. Eppure, come ha scritto Tahar Ben Jelloun in L’albergo dei poveri, “la depressione colpisce a caso: si tratta di una malattia, non di uno stato d’animo”. Di più, è una “malattia democratica”, per ricordare l’espressione di un grande depresso come Montanelli, trasversale al ceto sociale, nonostante la crisi l’abbia resa più insostenibile, trasversale al genere (anche i numeri sono a svantaggio delle donne: sia per la maggiore pressione sociale subita sia, però, per la maggiore facilità ad ammettere il malessere).

La malattia “democratica”
Il disagio psichico, allora, è piuttosto qualcosa che ci accomuna: secondo una recente ricerca della Società Italiana di Psichiatria, sono circa diciassette milioni gli italiani con problemi di salute mentale: disturbi d’ansia, depressione, insonnia, disturbo post traumatico da stress. Problemi ai quali, come ha denunciato più volte lo stesso presidente della Sip Claudio Mencacci, non corrisponde un’offerta di cure adatte, visto che solo l’8-16% incontra professionista, e solo il 2-9% ha un trattamento adeguato, fatto di psicoterapia e farmaci. Quelli giusti, però. Perché l’altro tema che la questione della sofferenza mentale porta con sé è il grande abuso di psicofarmaci, cui gli italiani fanno sempre più ricorso: benzodiazepine, ansiolitici e ipnotici, ma anche antidepressivi, il cui uso, nell’anno in cui il Prozac compie 25 anni, è quadruplicato in dieci anni, secondo i dati del Rapporto Osservasalute 2012.

Per maggiore consapevolezza, certo, ma anche a causa di prescrizioni troppo disinvolte (talvolta persino agli adolescenti, come ha segnalato un’allarmante indagine dell’Università di Torino), magari del medico di base.

L’ultimo capitolo riguarda il rapporto tra la crisi e la salute mentale dei cittadini. Perché se il tema della sofferenza psichica è dimenticato dal dibattito pubblico (salvo essere riportato in vita da casi drammatici come quello dell’uccisione a Bari della psichiatra Paola Labriola), tg e giornali da mesi raccontano la cronaca di suicidi e omicidi in maniera spesso distorta. Etichettando come suicidi da crisi tutte le morti di persone in difficoltà economica (o, viceversa, dimenticando che ci sono condizioni ambientali e sociali insostenibili, come nel caso di immigrati o carcerati). Che esista un rapporto diretto tra disoccupazione e tagli allo stato sociale e aumento del rischio di depressione, comportamenti a rischio e suicidi è ormai assodato, come mostra ad esempio l’ultimo rapporto dell’Oms Europa sulle diseguaglianze (esemplare il caso Grecia, che prima della crisi aveva il tasso di suicidi più basso d’Europa, 3 ogni 100.000 abitanti).



La patologia e la crisi

“Uno stato che taglia su tutto”, sottolinea la psicoanalista Marta Tibaldi, “è simile a un genitore che perseguita invece di prendersi cura, e può riattivare vissuti traumatici infantili o aggravare modalità già fragili di rapporto con il mondo esterno”. Ma se è vero, come racconta il libro di Elena Marisol Brandolini, Morire di non lavoro (Ediesse), che la disoccupazione può uccidere, difficilmente potremo sapere cosa davvero ha spinto le circa quattromila persone che, nel 2013, in Italia, si sono tolte la vita (con casi particolarmente strazianti, come quelli dei coniugi di Civitanova Marche). Che sia un vissuto dell’infanzia o un licenziamento, di sicuro chi si uccide, come ha scritto Forster Wallace in Infinite Jest, non lo fa per motivi astratti o “perché la morte comincia a sembrare attraente”, ma nello stesso modo in cui “una persona intrappolata si butterebbe da un palazzo in fiamme”. Ed è questo che andrebbe tenuto presente. Insieme all’altro, fondamentale messaggio: che dalla depressione, e dalla sofferenza mentale, si può uscire, anzi guarire. La strada è sempre la stessa, ieri come oggi: accettare di star male e chiedere aiuto. Per trasformare l’assoluto cieco del dolore comprendendo le ragioni – antiche e nuove, biologiche, emotive e sociali – che lo hanno generato.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 13 gennaio 2014

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